CON LE MANI

Siede nell'angolo e cerca di estrarre aria da una stanza che fino a pochi minuti fa ne era piena e ora sembra non averne più.

Inspira.

Espira.

Inspira.

Espira.

Tenta di calmarsi. L'acme è passato. Il parossismo critico scema. Le immagini davanti a lui si focalizzano. La parestesia degli arti regredisce. I battiti cardiaci rallentano. Tutto sta tornando alla normalità. Tutto rientra nella funzionalità fisiologica.

"Nella norma" avrebbe scritto se stilasse ancora referti. Ma i referti non può più scriverli. Radiato. Radiato dall'albo dopo che le crisi si sono fatte troppo frequenti. Dopo che ha perso due pazienti sotto i ferri.

La commissione interna, al termine di un sofferto consulto, gli ha diagnosticato una marcata forma di turbe neuro distonica che genera un incontrollato tremore essenziale e violenti attacchi di panico.

Si asciuga la fronte.

Gli organi interni hanno tutti gli stessi colori. Non ci sono razze o etnie. Un fegato è un fegato. Un cuore è un cuore. Anche se batteva nel petto di un negro.

In genere gli portano dei "raccogli-pomodori". Giovani nordafricani robusti. Ma non stavolta. Stavolta deve prelevare due mani.

Quando ha visto il "donatore" lo shock è stato enorme. Si tratta di una giovane donna. Probabilmente indiana, considerando il puntino rosso al centro della fronte. È di una bellezza sconvolgente. Doc non può fare a meno di sperare che lei si svegli e apra gli occhi. Immagina due meravigliosi gioielli scuri. Due laghi neri in cui cadere e perdersi.

Ma la ragazza è sotto anestetico. A giudicare dalla puzza di cloroformio, l'espianto va effettuato con estrema sollecitudine. Se va bene, la ributteranno in un fosso  orrendamente mutilata.

Dalla porta qualcuno bussa «Doc, hai fatto?»

Non risponde. Il bisturi affilato taglia. Il cauterizzatore brucia.

Doc è seduto e stringe tra le gambe una sega chirurgica oscillante. Un urlo straziante. Le mani guantate di Doc gli cadono in grembo.

Si sente svenire.

Stavolta l'aria sembra sia finita per davvero. Doc chiama flebilmente aiuto.

Nella sala operatoria clandestina irrompe un uomo enorme. Non ha la faccia di chi si fa impressionare facilmente eppure rimane inebetito alla vista di Doc che si è amputato le mani. Giacciono sanguinanti sul grembo dell'ex medico e continuano a vibrare di un tremore inumano.

L'energumeno si gira di scatto e fa appena in tempo a notare la bellezza della donna scura e a inorridire per le quattro braccia di questa.

Come un fulmine una lama mozza di netto la testa dell'uomo.

Doc vaneggia. Si ritrova sdraiato sul tavolo chirurgico. Tra la nebbia dei sensi che vanno e vengono vede una donna indiana bellissima. Sente le sue quattro mani carezzargli il volto, tergergli la fronte.

Quattro mani. Non è possibile.

La giovane non parla ma a Doc sembra di sentire una voce dolce «L'abominio che hai compiuto m'ha evocato, sono Kalì, la parte guerriera di Parvati. Le mie braccia simboleggiano la distruzione e la purificazione. Volevo essere la tua nemesi, e lo sono stata. Ti sei punito per i tuoi orrori. Hai pagato la pena. Ora dormi».

Quando rinviene Doc si trova in un grande letto bianco. La stanza è inondata di luce. Enormi finestre scoprono alla vista l'oceano.

Doc porta le mani al volto, ma quelli che alza sono moncherini fasciati.

Seduto sul letto cerca di estrarre aria da una stanza che fino a pochi minuti fa ne era piena e ora sembra non averne più. Inspira.

Espira.

Inspira.

Espira.

Ora davanti a lui si focalizza l'immagine di un viso bellissimo. Due enormi laghi neri, due occhi gioielli gli sorridono.

Il respiro di Doc torna normale.

Due mani di donna, affusolate gentili e armoniose, si prenderanno cura di lui.

 

MEZZOGIORNO IN PARIS

Mi trovavo a Parigi per lavoro.  Il contratto che avevo stipulato prevedeva l’eliminazione fisica di Darlà  Scuri.  Il committente si era firmato: “Abbonato Rai”. Immediatamente pensai che non avesse digerito il fatto di aver speso centotredici euro di canone per vedere l’androgina ex premier dame cantare, senza voce né talento, a San Premo.  In genere portavo  a termine gli incarichi non curandomi del movente, ma confesso che  questa volta eseguivo il lavoro con un certo piacere, condividendo un’atavica antipatia per quel pezzo di legno che qualche asessuato aveva avuto  la sfrontatezza  di definire donna.

Ero al corrente che Darlà avrebbe visitato in tarda mattinata il museo d’Orsay, quindi mi procurai un ingresso all’apertura. Cominciai a girare per l’antica stazione.  Ispezionavo con attenzione tutti gli spazi cercando la posizione ideale per l’appostamento e l’esecuzione.  Prestavo poca attenzione alle opere d’arte esposte nella pinacoteca, anche se da sempre ero stato un affascinato ammiratore dell’impressionismo.

D’un tratto, distogliendo  lo sguardo da un piccolo cavedio nel quale avrei potuto nascondermi, mi ritrovai d’avanti  a Le Balcon, il famoso dipinto di Edouard Manet.

Neanche fossi Megan Gale nella nota pubblicità “tutto gira intorno a me”, provai una potente vertigine. L’arco di vetro che fa da soffitto al museo aveva preso a roteare e i personaggi ritratti nel quadro parevano animarsi in un moto ondulatorio. 

Nell’ultimo barlume di lucidità prima di cadere in trance, mi ricordai della sindrome di Stendhal.  Da sempre l’avevo etichettata come una corbelleria, una fantasia di psichiatri snob che avevano inventato una patologia da opera d’arte.  Eppure dovetti ricredermi. I sintomi che stavo provando erano proprio quelli.

Oltre al forte capogiro sentii il cuore salirmi in gola e caddi in preda ad allucinazioni. Mi pareva che l’uomo col panciotto, raffigurato nel dipinto, cominciasse a parlarmi:

«Sapete chi sono?» mi domandò.

«Veramente no» risposi turbato.

«Com’è possibile? Mi chiamo Antoine Guillemet, e il pover’uomo di Manet ha tanto insistito per immortalarmi in quest’opra… mi sembrava altezzoso rifiutare aiuto a si modesto imbrattatele… Ora che vi ho svelato la mia identità, tutto vi sarà chiaro, suppongo…» bofonchiò con tono baritonale. 

«Ehm, per la verità, Monsieur Guillemet mi spiace deludervi ma, in futuro,  la maggior parte dell’umanità ignorerà la vostra esistenza. Invece Monsieur Manet sarà considerato il massimo esponente del pre impressionismo» mi adeguai al voi anche per addolcire l’amara pillola che gli avevo appena somministrato.

Il volto dell’uomo si rabbuiò e il suo sguardo si perse nel nulla lontano, mentre ritornava immobile nella posa ritratta centocinquant’anni fa .

Si animò allora la ragazza con l’enorme fiore bianco in testa. Osservai le sue mani guantate serrarsi sull’ombrellino verde.  Il mio master in comunicazione non verbale m’indusse a pensare che la donna stesse vivendo un potente conflitto interiore.

 «Mademoiselle Claus, vi sentite bene?» chiesi.

«Vi prego, chiamatemi Fanny, si si sto bene, grazie. Sono solo un po’ tesa per l’esibizione di questa sera. Sento tutte le articolazioni muscolari irrigidirsi» rispose

«Cosa suonerete?» chiesi io, ostentando una certa cultura sui violini e sui violinisti, dovuta al fatto che, in passato, avevo giustiziato quasi la metà dei componenti del gruppo dei Rondò Veneziano.

«La risata del diavolo… conoscerete  certamente la difficoltà del brano. Chissà se ne sarò all’altezza?» confessò preoccupata  Fanny.

Si bloccò come in un fermo immagine. Al suo posto parlò la dama seduta.

«A quanto dice Manet pare che la fanciulla sappia maneggiare l’archetto in modo eccelso.». La voce roca tradiva un geloso sarcasmo.

«Madame Berthè, ben svegliata. Sono un vostro ammiratore, quando guardo questo dipinto, vi confesso, lo faccio solo per veder voi.» Mi sorpresi a dire.

«Cosa vi piace tanto di me?» nel pormi la domanda arricciò ancor di più le labbra a forma di cuore. I suoi grandi occhi entrarono nei miei. La testa prese a ronzarmi.

«Amo tutto di voi, Madame. Amo i vostri capelli che cadono birichini come semplice cornice di un magistrale capolavoro. Amo l’orecchio scoperto, arrossato dai vostri sentimenti. Amo il vostro naso, nobile spartito tra i vividi astri ai quali Manet ha saputo render giustizia.  Ma più d’ogni cosa amo le vostre folte sopracciglia. Ai miei giorni non v’è donna che non le mutili perdendo il richiamo più animale della nostra natura» dissi ormai fuori di me.

 «Sono lusingata, bel giovine. Tuttavia sappiate che “le jeux sont  fait, rien ne va plus!” Sono e sarò per sempre innamorata di Edouard. Anche se lui non ricambia, anzi mi usa e mi umilia facendomi assistere a tutte le sue liason… eppure non posso vivere senza di lui. Sto addirittura vagliando l’ipotesi di accettare la corte del fratello pur di stargli vicino…forse un giorno si innamorerà di me…» disse con mestizia.

Sebbene fossi un killer di professione, non me la sentii di spezzarle il cuore.  Non volli rivelarle che Edouard Manet non s’innamorò mai di Berthè  Morisot, anche se lei, divenendo sua cognata, sacrificò la sua vita all’infelicità pur di  restargli acconto.

«Forse un giorno scoprirà che meravigliosa creatura siete… » la rincuorai.

Il suo sguardo divenne evanescente, perso in fantasiose e improbabili congetture del domani. Il quadro si ricompose.  Il museo intorno a me riprese vita.

 «Darlà, Darlà… guardi qui» I paparazzi schiamazzavano tentando di rubare una posa all’italiana pentita.

Lei incedeva con l’inconfondibile  passo da cammella.  Calzava delle ballerine bassissime. 

Il mio sguardo la risalì dai piedi alla glabella, che bucai perfettamente al centro.   

Si accasciò senza un gemito.  Controllai l’enorme orologio che sovrastava le Gare d’Orsay: segnava le dodici in punto.

Prima di dissolvermi nel nulla guardai  il dipinto per l’ultima volta e, minimizzando con una smorfia del viso l’accaduto,  sussurrai  a Berthè: «Ha avuto quel che meritava. Era una che si pinzettava le sopracciglia».

 

ARMONICO CAOS

Verso le dodici Brooklyn era in piena attività.

Una pletora umana dedita alle più disparate occupazioni animava in maniera caotica la strada. 

Per la signora europea era stato faticoso farsi largo tra la folla e guadagnare le scale del Brownstone che ospitava la casa di tolleranza.

Certo, lei ne aveva passate ben altre. Il dissesto economico della sua famiglia, la decisione di investire gli ultimi risparmi per prendere quella nave verso il sogno americano, l’inaspettata tragedia del Titanic dalla quale era uscita miracolosamente illesa.

Però evitare la gente quella mattina le era pesato particolarmente.  Gli sciuscià, sporchi di lucido e sudore, volevano a tutti i costi bloccarle i piedi e il pelato a torso nudo le aveva perfino toccato il pasciuto fondoschiena.  Dulcis in fundo, la bambina capricciosa, divincolandosi dalla mamma pel di carota, le aveva impiastricciato l’unico abito rimastole.  

Forse però non era il contatto con il genere umano, seppur così intenso, a gravare sul suo umore.

Era il dover abbandonare la speranza. La speranza di una vita migliore in un paese giovane e lontano.

Pensava che Nuova York fosse una terra promessa piena di ogni ben di Dio e invece aveva ritrovato la puzza di miseria che si respirava nella sua Napoli. 

Le finestre sgarrupate a rischio schianto, la gente affacciata che la guardava, lo sferragliare assordante del tram, i panni stesi come bianche bandiere di resa, le urla sguaiate dei fruttivendoli e i pettegolezzi maligni – «ecco un’altra sgualdrina» le aveva sentite quelle due megere obese sedute sotto le scale - , le fecero pensare che   tutto il mondo fosse paese. 

La sua condizione invece era peggiorata.  Erano tre giorni che non mangiava quando lesse su un foglio di giornale che qualcuno aveva gettato sul marciapiede: la maitresse Marie cercava ragazze per il proprio casino. Aveva deciso di presentarsi, e ora eccola lì.

Dai piani superiori del Brownstone alcune donne, sedute scompostamente sui parapetti delle finestre, mostravano la mercanzia e adescavano i passanti lanciando frasi allusive e provocatorie.

La targa bianca posta alla destra dell’uscio recitava:  Alla casa di piacere Lady Marie: Alla buona $ 1,10, Con Calma $ 2 – Acqua e asciugamano di tela compresi – Saponetta profumata 25 cent. Agevolazioni per giovini di primo pelo.

La napoletana fu presa da scoramento e si sentì venir meno. Ma un braccio vigoroso e gentile la sorresse. Era di un uomo distinto, vestito di nero,  con una barba ispida e gli occhi di velluto.

«Cosa ci fa una dama del vostro lignaggio in un simile luogo? Venite, vi scorterò a casa mia e vi offrirò alloggio finché non vi sarete ristabilita.»

Il sogno americano aveva ripreso a pulsare nel cuore della donna e quella baraonda che la circondava, ora, sembrava avere qualcosa di armonioso. 

Le venne in mente l’aforisma di Nietzsche: “solo dal caos può nascere una stella danzante”. Per lei quell’astro ballerino aveva gli occhi di velluto e la potenzialità di un amore.